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Nati in una notte di follia, per amore dei poveri

7 marzo 1997: una folla di disperati, stipati in carrette del mare, imbarcazioni di fortuna, vecchie navi militari, sbarca sulle coste della Puglia, nel Salento. Fuggono dall’Albania. Sono stanchi, affamati, disperati. Rigettati dall’onda lunga della disperazione umana su quel pezzo di costa davanti al canale d’Otranto.

È in quella notte, nel vortice folle di uno sguardo appassionato verso così tanta povera gente, che nasce il Centro di accoglienza Regina Pacis. Nessuna preparazione, nessuno studio, pochissimi mezzi: soltanto uno slancio di amore che riesce ad accogliere, solo in quel famoso 7 marzo 1997, oltre mille immigrati albanesi – per non dire dei continui afflussi nei giorni successivi, quando si dovettero allestire ben altri tre centri nelle zone limitrofe, più uno nella città di Lecce.

La comunità cristiana di Lecce si era aperta all’accoglienza dei profughi, soprattutto albanesi, sin dal marzo 1991. Ma è nel 1997 che avviene la grande svolta. Da quel momento, infatti, fino all’agosto dello stesso anno fu un continuo susseguirsi di arrivi, benché le leggi italiane non permettessero più di oltrepassare il Canale d’Otranto, tanto che era stato anche fissato il 30 novembre 1997 come termine del periodo di accoglienza. Qualcosa di nuovo stava però apparendo all’orizzonte della storia della Puglia: il 2 novembre 1997 giungeva sulle coste salentine una nave strapiena di immigrati provenienti dall’Iraq e dalla Turchia. Era quello l’inizio di una nuova storia per il Centro Regina Pacis, una storia scritta con l’accoglienza di numerosissime famiglie, bambini, anziani.

Il dramma di un’emergenza continua

La scelta originaria di dar vita al Centro accoglienza Regina Pacis, che vide protagonisti l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, l’allora prefetto di Lecce e l’arcivescovo di Lecce mons. Cosmo Francesco Ruppi, dovette apprendere dai fatti a strutturarsi: anzitutto superando progressivamente la logica dell’emergenza e adoperandosi per offrire servizi sempre più adeguati e qualificati. Al tempo stesso occorreva comprendere e mediare con le motivazioni degli immigrati, gran parte dei quali provenienti da zone di grandi conflitti e persecuzioni, e che chiedevano asilo politico.

Gli eventi però incalzavano e l’accoglienza diveniva ancora una volta emergenza. Al termine del 1998, iniziò un nuovo fenomeno migratorio, con sbarchi di ragazze provenienti dall’Est Europa e trafficate per il loro sfruttamento nella prostituzione, mentre i primi mesi del 1999 conobbero il grande esodo dal Kurdistan, sia iracheno che turco, seguito dalla guerra nel Kossovo. Eventi drammatici, questi, che richiesero ai Centri del Salento, ormai divenuti due, di accogliere in pochi giorni migliaia di profughi. Innumerevoli i problemi, tanto più che non si trattava solo di dar da mangiare e da dormire, ma anche di aiutare a superare depressioni e dissesti psicologici causati da violenze inaudite. Una violenza che non risparmiò i fiumi di bambini rintracciati ogni giorno lungo le coste: minori spesso non accompagnati che, pur di esser sottratti alla sofferenza, venivano affidati dalle loro famiglie agli scafisti o ad altre famiglie.

Così abbiamo dovuto imparare…

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