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La dignità non è in vendita: no alle case chiuse!
Mercato del sesso in Italia, tra ipocrisia e ignoranza
Mentre quanti hanno a cuore la dignità delle persone lavorano per il recupero e la restituzione della loro libertà e dignità – così come anche noi da anni facciamo con il nostro programma «Ali nuove» –, altri preferiscono affrontare mediante vie più “facili” il penoso problema della prostituzione, ad esempio riproponendo la riapertura delle «case chiuse» o «case di appuntamento» come l’unica soluzione possibile per contrastare il dilagare della presenza sulle strade di donne ed altri soggetti dediti alla prostituzione.
Da parte nostra il no a questa ipotesi è netto e solidamente motivato: non è accettabile che possa esistere un mercato, comunemente detto del sesso, dove la persona umana possa vendere prestazioni di piacere e svendere il proprio corpo; non è accettabile che una donna possa essere mercanteggiata per essere solo oggetto di piacere, e che ciò avvenga lungo una strada pubblica o all’interno di un’abitazione “attrezzata”; il luogo – strada o casa che sia – non potrà mai cambiare la sostanza di quel problema che è il mercato del sesso.
Si vogliono rincorrere le soluzioni per sanare problematiche di ordine pubblico, o di carattere sanitario e altro, ma non si ha il coraggio di dire che la donna non può essere oggetto di mercato, che la sua corporeità, fatta anche di bellezza, non può avere un prezzo. In Italia esistono situazioni differenti: donne che scelgono volontariamente di prostituirsi e donne che sono costrette a farlo; quest’ultime non sono da definire prostitute, trattandosi piuttosto di situazioni che dovrebbero indurre ad una valutazione morale differente e porre la coscienza collettiva nella condizione di riflettere sulle motivazioni.
I soggetti del fenomeno sono fondamentalmente tre: la donna, volontaria o costretta; il cliente, consapevole di fare una scelta errata soprattutto quando si rivolge a prestazioni offerte da donne obbligate con la forza e il ricatto; lo sfruttatore, cioè colui che lucra e ne trae il maggiore profitto.
La società, attraverso tutte le forze operative, che vanno dalla politica all’associazionismo, dalla giustizia alle forze dell’ordine, deve operare per avere una esatta conoscenza del fenomeno, per intervenire lì dove si deve tutelare una vittima della tratta, lì dove si deve contrastare un’attività illegale dedita allo sfruttamento della prostituzione, lì dove il cliente è anche connivente e complice di un reato, come nel caso di vittime minorenni e trafficate.
La popolazione non conosce a fondo il fenomeno! Gli italiani leggono il giornale ogni giorno e dalla cronaca cercano di comprendere gli eventi, ma senza preoccuparsi di conoscere, perché l’approfondire cela il “rischio” di scoprire realtà che sono sconcertanti. In tanti pensano che la prostituta volontaria sia sempre una donna dell’Europa dell’est, dell’Africa o del Sud America. Non è sempre così. Spesso si tratta anche di studentesse universitarie e casalinghe italiane, o insospettabili soggetti che all’imbrunire si trasformano. Si pensa che tutto si svolga in qualche strada, per poi scoprire che in tante zone delle nostre città esistono “case di appuntamento”, ben sommerse nella quotidianità e nell’indifferenza.
È l’uomo cliente che rende la donna prostituta e la vittima trafficata e che alimenta con i suoi cinquanta euro settimanali il mercato internazionale del sesso. Viene da sorridere nell’ascoltare il dibattito sulle strade e sulle case chiuse, per la sua superficialità e banalità. E intanto ci sono migliaia di creature che, a causa di tale banalità, si trovano ogni giorno svendute e trafficate. Nel corpo e nell’anima.
Don Cesare Lodeserto
(16.07.2006)
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