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Rientro in famiglia delle vittime della tratta
Le esigenze di un percorso di reinserimento
Nello scorso mese di febbraio sono stati effettuati gli ultimi due rimpatri di ragazze provenienti dall’Est Europa, che hanno richiesto spontaneamente di fare rientro nel proprio Paese d’origine dopo una sofferta vicenda di sfruttamento sul territorio italiano, in particolare a Lecce e Roma.
Non tutte le ragazze, nonostante lo sfruttamento, chiedono l’applicazione dell’art. 18 del T.U. sull’immigrazione – che regolarizza la loro posizione e le inserisce in itinerari di legalità – preferendo fare ritorno nel proprio Paese d’origine e cancellare, nella misura in cui è possibile, la tragedia sofferta e la cattiveria subita.
La regolamentazione attuale dell’art. 18 prevede anche il cosiddetto «rimpatrio volontario» che il Ministero dell’Interno fino ad ora ha sempre affidato all’OIM (o IOM), attraverso un percorso ben preciso di rientro in patria, che prevede benefici di vario genere, soprattutto finalizzati ad una corretta reintegrazione nel territorio di provenienza. La Fondazione Regina Pacis ha da sempre effettuato i «rimpatri volontari» con uguali modalità, e in più con il vantaggio di riuscire ad abbattere i tempi, non avendo l’obbligo di rispettare le procedure burocratiche e non utilizzando fondi provenienti dal Ministero dell’Interno. La Fondazione effettua infatti i rimpatri volontari con fondi provenienti unicamente da offerte libere versate da donatori.
Il ritorno a casa della vittima è importante, come più volte è stato sottolineato, in quanto permette il recupero del legame familiare, da cui la persona è stata strappata con violenza. Il ritorno agli affetti, al «focolare domestico», e il contatto con la famiglia sono momenti importanti di riequilibrio fisico e psichico. Naturalmente, però, il rientro in famiglia può anche degenerare e riportare la donna in una condizione molto difficile, nella quale deve affrontare un’eventuale ritorno alla povertà, il giudizio degli altri, il successivo ulteriore coinvolgimento nel traffico e la potenziale aggressiva attenzione da parte di coloro che sono stati i primi sfruttatori e trafficanti. Di tutto ciò bisogna sempre tener conto, al fine di riaccompagnare la vittima nella migliore condizione possibile.
La Fondazione Regina Pacis intende poter inserire la donna in un contesto lavorativo non precario e, operando in collaborazione con aziende che nei Paesi dell’Est si rendono disponibili alla assunzione, si adopera per offrire alla persona che rientra in Patria una stabilità economica e sociale che contribuisca al suo pieno reintegro.
(10.3.2006)
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