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Scendere sulle strade per recuperare
anche i clienti delle vittime della tratta

Nell’opera di recupero ed accoglienza delle vittime della tratta, la Fondazione Regina Pacis avverte sempre più la necessità di rivolgere l’attenzione anche ai clienti, partecipi e complici della condizione di sfruttamento a cui è sottoposta la vittima. Il cliente, in quanto erogatore di somme di denaro per l’accesso alla prestazione sessuale, accresce con la sua partecipazione economica il valore commerciale della vittima ed alimenta il traffico di donne, anche minorenni, finalizzato allo sfruttamento sessuale. Ora, se per un verso è importante l’impegno nel recupero e tutela della vittima, dall’altra è oggi altrettanto importante intervenire sul cliente, facendogli comprendere soprattutto che l’accesso ad una prestazione sessuale pagata e che ha come oggetto una donna trafficata è un danno alla donna ed al suo essere uomo.
Chi è il cliente? Tracciarne un identikit è impresa ardua. La Fondazione negli anni scorsi ha già cercato di delineare la figura del cliente, individuandolo come un soggetto “malato”, con problemi sociali, complessato ed in fuga dal suo essere uomo, debole e facile al compromesso, schiacciato dalla vergogna dei suoi limiti, spesso separato o in conflitto affettivo con la propria moglie. Nel fenomeno della tratta, il cliente è senza dubbio un attore protagonista: attraverso l’elargizione di una somma economica, egli permette infatti materialmente tale sfruttamento; allo stesso tempo però egli potrebbe risultare utile per il recupero della vittima, qualora fosse disponibile ad un lavoro di responsabilizzazione verso la problematica della dipendenza dal sesso a pagamento. Si potrebbe, ad esempio, ripercorrere lo stesso iter utilizzato nel recupero degli alcolisti, cercando di applicare terapie, anche di gruppo, che portino a dialogo, responsabilizzazione, recupero della dipendenza o debolezza.
L’ostacolo più grande da superare per la realizzazione del progetto sta nella scelta dell’anonimato da parte del cliente, il quale difficilmente si lascia identificare, a causa un forte senso di vergogna e desiderio di segretezza. Nonostante ciò, l’esperienza della Fondazione dimostra che tale progetto è paradossale ma non utopico: prima o poi il cliente si rivela, chiede aiuto, anche perché spesso si affeziona alla vittima che frequenta con assiduità, è soggetto ad un costante senso di colpevolezza e sente la necessità di rimettere tale colpa.
Il percorso che la Fondazione intende tracciare sta proprio nel recupero del cliente. Dobbiamo aiutare questa persona ad essere consapevole della sua condizione di vittima, anche se in forma privilegiata e molto meno sfruttata e umiliata, ma pur sempre vittima del suo male sociale ed interiore. Accanto alle unità di strada presenti sul territorio per il contatto ed il recupero delle vittime della tratta, bisogna rendere presenti anche le unità di contatto con i clienti. È questo il più recente impegno della Fondazione Regina Pacis, che intende essere accanto a questi numerosissimi utenti del sesso a pagamento, con i quali è possibile condividere un cammino di recupero e crescita umana. Un’altra sfida sociale che può certamente portare importanti benefici.

(10.3.2006)

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