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«In Moldavia ho capito la carità cristiana»
Lettera di Giuseppe alla Fondazione Regina Pacis
Salve, mi chiamo Giuseppe, sono quasi sette anni che mi occupo di alcune persone che risiedono in un paese a 150 km a sud della capitale della Moldova, Chisinau. Mi fa piacere ricevere informazioni di prima mano su quanto state facendo in Moldova e ora vi racconto in breve la mia esperienza.
Tutto è cominciato qui, in un paese del nord Italia. Ho incontrato una ragazza che era venuta a cercare «fortuna» Anzi, a dir la verità, più che fortuna era venuta a guadagnare qualcosa per nutrire il suo bambino e la sua famiglia.
Ero talmente incuriosito dai suoi racconti di vita che decisi di andare a vedere di persona. Così, nell’agosto del 2000 riempii la mia automobile di vestiario e di beni di prima necessità e assieme a lei incominciai il mio viaggio verso la Moldavia.
Furono necessari due intensi giorni di guida. All’alba del terzo giorno giunsi in questo villaggio, dopo aver affrontato non poche difficoltà. L’accoglienza che ricevetti fu degna di un re. Subito, di buon mattino, ricevetti pane appena sfornato e caldo benvenuto. A dir la verità, avevo un sonno tremendo, ma davanti a tanta gioia mi passò tutto. In quell’umile casa, composta da due stanze, c’era un solo divano letto, naturalmente riservato a me.
Tra i componenti di questa casa, un bambino di 4 anni. Sentii subito il bisogno di fare qualcosa per lui, che aveva sempre sofferto della mancanza di una figura maschile al suo fianco. Oggi il mio impegno ha raggiunto il traguardo sperato: questo bambino vive a casa mia, assieme alla sua mamma, da tre anni.
Cinque anni fa sono stato alcuni giorni nella capitale: la gente era più fredda e schiva. Entrai con la ruota della mia macchina in uno di quei famosi tombini sprovvisti di coperchio: tra l’indifferenza della gente, pensai subito che il mio viaggio era finito lì. Non fu così. Me la cavai senza subire danni. Un altro episodio mi accadde proprio nella principale strada di Chisinau. Mi fermò un poliziotto, avevo commesso un’infrazione. Mentre il poliziotto era al mio fianco, giunse il filobus e lo travolse. Appena si fermò, tutti i passeggeri scesero e fuggirono di corsa: evidentemente nessuno voleva rischiare di essere coinvolto, anni e anni di regime avevano insegnato loro che era meglio non immischiarsi. Soccorsi personalmente quel ragazzo che mi guardava con stupore e attesi l'arrivo dell'ambulanza. Lì capii che la carità cristiana, che è in molti di noi non era ancora nata, oggi grazie a Don Cesare poteva cominciare a farsi strada.
La scorsa estate sono ritornato in quel paese con un progetto mirato: in quattro settimane di permanenza, ho sistemato la casa, ho fatto in modo che ricevesse l'acqua potabile e portato a compimento altri lavoretti, migliorando le condizioni di vita degli occupanti, tra cui tre bambini.
È stata una gioia vedere l’incredulità di quei bambini quando ho riempito di acqua una piccola piscina gonfiabile che avevo portato dall’Italia.
Mi sono recato anche a Chisinau per incontrare Don Cesare, ma lui era ripartito da qualche giorno e così nella sede in via Sfatul Tarii ho parlato con un suo collaboratore.
A distanza di 5 anni qualcosa è cambiato. Oggi molte persone lavorano all’estero e mandano i soldi ai loro familiari. Il lavoro in campagna permette, sì e no, un guadagno di 3 euro al giorno. Il lavoro è duro e spesso ancora manuale: la gente invecchia molto prima che da noi. La povertà è diffusa, le condizioni generali disperate: se ammalati, si è nell’impossibilità di pagare le cure, e addirittura, se ricoverati in una struttura sanitaria, bisogna provvedere a portare le coperte e il cibo da casa, e sperare di ricevere le cure necessarie con i pochi strumenti che la struttura dispone. Visto da qui sembra un altro pianeta e invece è nel cuore dell'Europa, a meno di 2000 km da noi .
Invito tutti ad un gesto di solidarietà verso queste persone. Cordiali saluti a tutti coloro che avranno la pazienza di leggere questa lettera.
Giuseppe
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